Cacao – O divino o niente. Il nostro cioccolato è sacro.

 
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“Il cioccolato, il tacchino e l’ananas sono tre cose per le quali l’uomo deve ringraziare lo scopritore dell’America.” Almeno per quanto riguarda il cioccolato, siamo assolutamente d’accordo con il diplomatico prussiano Georg Hesekiel.

La parola “cacao” (kakawa) significa albero e, come la relativa pianta, è originaria dell’America Centrale. Si pensa derivi da una forma arcaica della lingua mixe-zoque e già prima del 1000 a.C era presente nel vocabolario degli Olmechi. Più di 3.500 anni prima furono il primo popolo a coltivare gli alberi di cacao, e dai suoi semi tostati preparavano una bevanda, per così dire la progenitrice del cioccolato caldo.

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Successivamente i Maya e gli Aztechi assorbirono questa cultura. I Maya chiamavano questa bevanda “chacau haa” (chacau=caldo, haa=acqua), mentre gli Aztechi la chiamavano cacahuatl (caca=cacao, atl=acqua). Entrambi questi popoli la gustavano piuttosto amara e spesso molto speziata, i Maya calda, gli Atzechi fredda. Questa bevanda a base di cacao si otteneva per lo più da semi di cacao tostati e pestati sbattuti con acqua schiumosa addizionata di pimento, pepe, baccelli di peperoncini macinati o vaniglia concentrata. Sulla produzione di questa bevanda esistono purtroppo solo poche testimonianze.

Entrambe le culture consideravano sacra la pianta del cacao. Il piacere della bevanda al cioccolato era però riservato all’alta nobiltà, ai guerrieri o ai sacerdoti. Fino al periodo coloniale spagnolo i semi di cacao furono usati come mezzo di scambio e di pagamento. Il valore esatto di un seme di cacao al periodo del regno degli Aztechi non è noto, ma in un listino prezzi di svariate merci risalente all’anno 1545 il controvalore di un tacchino era pari a 200 semi di cacao, quello di un pomodoro di grosse dimensioni era pari a 1 seme di cacao.

Nel 1502 Cristoforo Colombo fu il primo europeo a vedere i semi di cacao. Di fronte all’isola di Guanaja incontrò una canoa dei Maya piena di merce. Il significato dei semi di cacao e del loro valore gli restò tuttavia sconosciuto. Solo con il conquistatore Hernando Cortez gli spagnoli scoprirono l’impiego dei semi di cacao. Questi approdò sulle coste del Messico nel 1519. Gli Atzechi credettero che si trattasse della loro divinità Quetzalcoatl di ritorno da loro, e il loro dominatore Montezuma lo ricevette con una grande accoglienza.

I semi di cacao incontrarono rapidamente l’interesse degli spagnoli e quindi la via verso l’Europa. Anche i colonizzatori spagnoli coniarono il termine “chocolate”. Presumibilmente la parola è nata dall’unione delle parole “chocol” (caldo) dei Maya e dell’atzeco “atl” che significava “acqua”.

Non fu subito amore al primo morso. Solo dopo una modifica della ricetta, il cioccolato riuscì a guadagnare grandi consensi. I colonizzatori ebbero l’idea di dolcificare la bevanda al cioccolato con zucchero di canna.

In che modo il cioccolato giunse alla corte spagnola, non è stato a tutt’oggi chiarito. La prima prova documentata risale all’anno 1544. Alcuni monaci domenicani si recarono con una delegazione di nobili Maya alla corte del Principe Phillips portandogli, tra i vari doni, anche del cioccolato. Il piacere nei confronti del cioccolato si sviluppò rapidamente diventando parte integrante del cerimoniale di corte spagnolo.

Sebbene gli spagnoli abbiamo detenuto per 100 anni il monopolio dei semi di cacao, il cacao uscì comunque rapidamente dai confini spagnoli. Anzitutto nelle tasche di spagnoli cacciati o come merce di contrabbando dei marinai spagnoli che con i pregiati semi eseguivano dei baratti nei porti francesi e italiani. Furono soprattutto i contatti tra le corti europee a diffondere il cioccolato inizialmente in Italia e in Francia, e successivamente in tutta Europa. Molto presto si svilupparono ovunque locali dove era possibile gustare il cioccolato, soprattutto a Firenze e a Venezia. Il cioccolato da bere divenne presto una bevanda alla moda dei ceti più abbienti.

Tuttavia il cioccolato aveva anche dei detrattori. Per 250 anni in tutti i paesi cattolici europei ci furono accese discussioni sul consumo del cioccolato durante il periodo del digiuno. La discussione verteva sul fatto che il cioccolato dovesse essere considerato una bevanda oppure un alimento, a causa del suo elevato valore nutritivo. Questa discussione cessò soltanto nel 1664, quando il cardinale Francesco Maria Brancaccio dichiarò il nutriente cioccolato una bevanda, che pertanto non andava contro al divieto di digiuno cattolico.

Intorno al 1850, quando la classe borghese in Europa scalzò la nobiltà, l’epoca del cioccolato come bevanda di moda aristocratica cessò. Il definitivo passaggio da bevanda al cioccolato per pochi eletti a tavoletta di cioccolato per tutti lo si deve alle invenzioni di alcune grosse personalità:

nel 1828 van Houten consentì per la prima volta la fabbricazione del cacao in polvere. Nel 1847 Fry & Sons produssero la prima tavoletta di cioccolato. Nel 1875 Daniel Peter lanciò sul mercato il primo cioccolato al latte. Per produrlo utilizzò il latte in polvere inventato pochi anni prima da Henry Nestlé. E dal 1879 il cioccolato viene sottoposto a concaggio secondo il principio di Rudolphe Lindt.

In questo elenco di grandi conquiste non può certo mancare RITTER SPORT. Nel 1932 l’azienda sveva a conduzione familiare scrisse un altro pezzo di storia del cioccolato con l’invenzione delle prime tavolette di cioccolato quadrate. E per fortuna lo facciamo ancora oggi.